ASSASSINIO NELLA CHIESA DI SAN ROCCO

 

Un giallo al convento

 

Correva l’anno 1483: nella chiesa di San Rocco ai frati serviti, accusati di corruzione, si erano sostituiti i frati della Congregazione dell’osservanza, che avevano apportato alcune modifiche alla chiesa. Era stato aperto un finestrone rettangolare nella facciata e l’interno era stato abbellito con una serie di splendidi affreschi di stile rinascimentale. Presto, sarebbe stata riconsacrata.

 

Quel pomeriggio padre Rodolfo, il padre superiore, stava pregando inginocchiato davanti alla statua della Vergine, illuminata da un raggio di sole che filtrava dai vetri colorati, quando sentì un frantumarsi di oggetto e un urlo soffocato provenire dal refettorio. Subito accorse per vedere che cosa fosse accaduto. Arrivato nella sala da pranzo un’orribile scena si presentò ai suoi occhi: frate Arnolfo era a terra, il corpo rigido e le pupille bianche e dilatate. Era morto! Accanto a lui i cocci di una tazza che padre Rodolfo aveva sentito rompersi. Egli annusò e dall’odore capì che del veleno era stato aggiunto alla tisana che frate Arnolfo beveva abitualmente.

Il padre Superiore chiamò a raccolta i confratelli e spiegò loro l’accaduto. Disse:- Fratelli, questa per noi è stata una morte improvvisa e dolorosa ed è per questo che ho deciso di rendere giustizia al nostro compagno; senza far intervenire la guardie del signore del nostro paese, questo caso lo risolveremo noi!-

Così cominciarono le indagini per trovare l’assassino.

 
I cocci della tazza furono ricoperti di una sostanza particolare, preparata dall’erborista, che doveva rivelare eventuali tracce lasciate

dal colpevole, ma non si

scoprì molto, solo che il

veleno era stato preparato

con un’erba speciale,

coltivata solo nel giardino

del convento.

Passavano i giorni, senza novità: padre Rodolfo non sapeva più come proseguire le ricerche.

La vita nel convento intanto procedeva regolarmente tra il lavoro e le preghiere. Un giorno frate Rodolfo ebbe un’idea:  chiamò a raccolta i frati nel refettorio e li interrogò  per sapere dove si trovassero e che cosa stessero facendo nel momento dell’ omicidio. Molti dissero di trovarsi in biblioteca a copiare testi antichi. Solo tre non erano stati molto convincenti: Frate Arnobio, il giardiniere, affermò di essere stato tutto il giorno a leggere in giardino senza che nessuno lo avesse visto. Frate Eustorgio ammise di aver trascorso del tempo con il defunto frate e poi di essere uscito per recarsi al mercato a comprare il pane; non aveva però incontrato nessun conoscente che potesse scagionarlo. Frate Eusebio, l’erborista, che aveva un gran mal di testa, era stato tutto il giorno nella sua cella, ma nessuno poteva confermarlo. Insomma, tra i tre l’assassino poteva essere chiunque.

Il padre superiore non sapeva più cosa escogitare, quando uno dei frati, frate Egidio, gli suggerì di andare a controllare nelle celle dei tre. Nella prima cella, così come nella seconda, non trovò nulla di sospetto, ma nella terza c’era qualcosa che lo insospettì: uno strano odore, un forte odore di erbe quasi nauseante, lo stesso odore che padre Rodolfo aveva sentito nella tazza di frate Arnolfo. Sul tavolo si trovavano tutti gli attrezzi che servivano per preparare intrugli.

Fra Rodolfo non aveva dubbi: il colpevole era l’ erborista! Ma come dimostrarlo?? Frate Eusebio avrebbe potuto sistemare tutto comodamente prima che gli altri frati  arrivassero per constatare le prove dell’omicidio.

Il padre era disperato, non sapeva cosa fare. Gli venne in mente di andare in chiesa: gli piaceva sempre tanto quel luogo, gli incuteva serenità e fiducia. In effetti la chiesa era un vero spettacolo: si sedette in una panca della navata centrale, ammirando gli affreschi alle pareti e pregando rivolto verso l’altare, il luogo più illuminato, sul quale erano appoggiate enormi candele affiancate da vasi di fiori.

Nel silenzio si avvertì ad un tratto un fruscio: l’erborista si lanciò su padre Rodolfo  che, intravedendone l’ombra, si girò e lo bloccò.

In quel momento Frate Arnobio, il giardiniere, si era recato in chiesa e, assistendo alla scena, chiamò subito gli altri frati, che circondarono l’assassino e gli chiesero spiegazioni. Il frate confessò: -Sì, sono stato io! Vi chiederete perché. Quel traditore, che diceva di essere mio amico, non voleva aiutarmi a prendere il posto del padre Superiore! Da anni aspiravo a quella carica! Arnolfo ha meritato ciò che gli è successo!-

Padre Rodolfo rispose:- Tu non sei degno di essere frate. Adesso avrai ciò che ti meriti: ho fatto chiamare le guardie del conte Pietro dal Verme e trascorrerai il resto della tua vita in una cella, ma di una prigione!-.

I frati poterono così riprendere la vita di sempre e, durante una splendida cerimonia, la chiesa venne consacrata dal vescovo Alessandro Caffa dell’ordine dei Minori con l’assenso del vescovo di Piacenza, Mons. Marliani.

 

(Valeria Floridi)